Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? @ Nomas Foundation, Roma [16 maggio]

Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?


309
16
maggio
18:30 - 21:30

 Pagina di evento
Nomas Foundation
Viale Somalia, 33, 00199 Rome, Italy
«Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?» è un progetto non curato di Gabriele De Santis, Alek O. e Santo Tolone, tre giovani artisti italiani che non contano più come “giovani artisti”. Dopo aver lavorato insieme a più riprese, per oltre dieci anni, abbiamo sentito la necessità di riconsiderare dove eravamo stati portati da ciò che parte di noi ancora si rifiuta di chiamare le nostre “carriere” – iniziate dal nulla e cresciute attraverso programmi di Master of Fine Arts e gallerie internazionali, vagabondando fra biennali e fiere, corteggiati o evitati da curatori e galleristi, lacerati dalla forza centripeta del mercato e dall’inerzia centrifuga della perifericità, combattendo per resistere… alla spinta verso l’omogeneizzazione derivata dalla circolazione delle immagini.
«Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?» è un dubbio che incarna l’indipendenza intellettuale dei primi dieci anni di Nomas Foundation e trasforma la Fondazione in uno spazio di solidarietà culturale, abbracciando l’eredità delle controculture del ’68 nel loro desiderio di intercettare politica e prospettive collettive. Seminari, conferenze, performance, proiezioni, lezioni accademiche, laboratori aperti a tutti, disponibili in streaming dal 16 maggio al 7 settembre, in collaborazione con l’unità di ricerca di Estetica Sociologica del dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche, Sapienza Università di Roma.
Mentre stavamo scrivendo la presentazione della mostra, ci siamo imbattuti in un testo scritto (e mai letto) da Roberto Bolaño poco prima della sua morte, intitolato «Sevilla Kills Me». Include già tutto quello che vogliamo dire e anche di più.
«Da dove viene la nuova [letteratura latinoamericana] arte italiana». Se mi fossi attenuto fedelmente al titolo, la risposta non avrebbe superato i tre minuti. Veniamo dalla classe media o da un proletariato più o meno sistemato o da famiglie di narcotrafficanti di seconda linea che già preferiscono, alle ferite d'arma da fuoco, la rispettabilità. […] gli [scrittori] artisti oggi cercano il riconoscimento, ma non il riconoscimento dei loro pari, quanto piuttosto il riconoscimento di quelle che si suole chiamare «istanze politiche», i detentori del potere, sia del segno che sia (e per i giovani [scrittori] artisti fa lo stesso!), e, tramite esso, il riconoscimento [del pubblico] dei collezionisti, vale a dire la vendita [di libri], che fa felici [le case editrici] i galleristi ma che fa persino più felici gli [scrittori] artisti, quegli [scrittori] artisti che sanno, poiché lo hanno vissuto in casa da piccoli, quanto è duro lavorare otto ore al giorno, o nove o dieci, che furono le ore lavorative dei loro padri, quando c'era lavoro, fra l'altro, perché peggio che lavorare dieci ore al giorno è non poterne lavorare neanche una, e trascinarsi in cerca di occupazione (pagata, s'intende) nel labirinto, o, più che labirinto, nell'atroce cruciverba dell'[America Latina] Italia. E così i giovani [scrittori] artisti, come si suol dire, si scaldano, e si dedicano anima e corpo a vendere. Alcuni utilizzano più il corpo, altri utilizzano più l'anima, ma alla fine dei conti il punto è vendere. Da dove viene la nuova [letteratura latinoamericana] arte italiana? La risposta è semplicissima. Viene dalla paura. Viene dall'orribile (e in un certo senso abbastanza comprensibile) paura di lavorare in officina o vendendo paccottiglia [sul paseo Ahumada] a piazza Navona. Viene dal desiderio di rispettabilità, che non nasconde altro che paura. […] Francamente, a prima vista, componiamo un deplorevole gruppo di [scrittori] artisti trentenni e quarantenni e talora di cinquantenni in attesa di Godot, che in questo caso è il [Nobel] padiglione della Biennale, il [Rulfo] DAAD, il [Cervantes] Prix de Rome, il [Príncipe de Asturias] Turner Prize, [il Rómulo Gallegos] la cattedra. […] Alcuni degli [scrittori] artisti invitati li considero amici. Gli altri non li conosco, ma di alcuni [li ho letti] ho visto i lavori, e di altri ho ottime referenze. […] Il panorama, soprattutto a guardarlo da un ponte, è promettente. Il fiume è ampio e possente e dalle sue acque spuntano le teste di almeno venticinque scrittori artisti sotto i cinquanta, sotto i quaranta, sotto i trent'anni. Quanti di loro affogheranno? Io credo tutti. Il tesoro che ci hanno lasciato i nostri padri o quelli che crediamo i nostri padri putativi è deplorevole. In realtà siamo come bambini intrappolati nello scantinato di un pedofilo. Qualcuno di voi dirà che è meglio essere alla mercé di un pedofilo che alla mercé di un assassino. Sì, è meglio. Ma i nostri pedofili sono anche assassini.
— «To go where we have to go, where do we have to go?» is a non-curated mid-life group show by Gabriele De Santis, Alek O. Alek O., Santo Tolone, three young Italian artists who no longer count as «young artists”. After working together, on and off, for over a dozen years, we felt the need to reconsider where we had been taken by what part of us still refuses to call our careers — started out in a squat and grown through MFA programmes and international galleries, kicked around by biennials and fairs, courted or shunned by curators and gallerists, torn by the centripetal force of the market and the centrifugal inertia of peripherality, struggling to resist the pull towards homogenization resulting from the online circulation of images.
To go where we have to go, where do we have to go? is a doubt which embodies the intellectual independence of the first 10 years of Nomas Foundation, turning the foundation into a meeting space of cultural solidarity, embracing the legacy of the countercultures of '68 in their wish to intercept the political in both fiction and reality, as well as in their focus on a collective perspective. Seminaries, laboratories, lectures, performances, screenings, academic lessons open to anyone, available on streaming from May 16th to September 7th, in collaboration with the Sociological Aesthetics Research Unit of the Department of Social and Economic Sciences, Sapienza Università di Roma.
While writing a presentation for the show we came across a lecture written (but never read) by Roberto Bolaño shortly before his death, titled „Sevilla Kills Me“. It already includes all we wanted to say, and much more.
“Where does the new [Latin American literature] Italian art come from?” If I stay on topic, my answer will be about three minutes long. We come from the middle classes, or from a more or less settles proletariat or from families of low-level drug traffickers who’re tired of gunshots and want respectability instead. [...] That is, [writers] artists today seek recognition, though not the recognition of their peers but of what are often called “political authorities”, the usurpers of power, whatever side of the political spectrum it might be (the young [writers] artists don’t care!), and thereby the recognition of [the public] collectors, or [book] sales, which makes [publishers] gallerists happy but makes [writers] artists even happier, because these are [writers] artists who, as children at home, saw how hard it is to work eight hours a day, or nine or ten, which was how long their parents worked, and this was when there was work, because the only thing worse than working ten hours a day is not being able to work at all and having to drag oneself around looking for a job (paid, of course) in the labyrinth, or worse, in the hideous crossword puzzle of [Latin America] Italy. So young [writers] artists have been burned, as they say, and they devote themselves body and soul to selling. Some rely more on their bodies, others on their souls, but in the end it’s all about selling. So, where does the new [Latin American literature] Italian art come from? The answer is very simple. It comes from fear. It comes from the terrible (and in a certain way fairly understandable) fear of working in an office or selling cheap trash on the [Paseo Ahumada] piazza Navona. It comes from the desire of respectability, which is simply a cover for fear. [...] Frankly, at first glance, we’re a pitiful group of [writers] artists in our thirties and forties, along with the occasional fifty-year-old, waiting for Godot, which in this case is the [Nobel] Biennale pavilion, the [Rulfo] DAAD fellowship, the [Cervantes] Prix de Rome, the [Príncipe de Asturias] Turner Prize, the [Rómulo Gallegos] tenure-track post.
[...] Some of the [writers] artists here are people I call friends. The rest of you I don’t know, but I’ve [read] seen work by some of you and heard excellent things about others. […] It’s a promising scene, especially if viewed from a bridge. The river is wide and mighty and its surface is broken by the heads of at least twenty-five [writers] artists under fifty, under forty, under thirty. How many will drown? I’d say all of them. The treasure left to us by our parents, of by those we thought were our putative parents, is pitiful. In fact, we’re like children trapped in the mansion of a pedophile. Some of you will say that it’s better to be at the mercy of a pedophile than a killer. You’re right. But our pedophiles are also killers.
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