Thelonious Monk tribute @ Blackmarket Hall - Rione Monti, Rome [15 novembre]

Thelonious Monk tribute


60
15
novembre
21:00 - 23:00

 Pagina di evento
Blackmarket Hall - Rione Monti
Via de Ciancaleoni 31, 00184 Roma
Thelonious Monk è stato un personaggio che con il suo eccessivo mutismo, la forte stranezza comportamentale e l’egocentrismo hanno influenzato ovviamente la sua musica rendendola unica. Da sempre fortemente criticato e sottovalutato, il suo stile è stato solo in tempi recenti studiato ed apprezzato.

Anticipazioni, cambi di tempo, dissonanze spinte, lunghe pause…

Un nuovo modo, il suo, di intendere la composizione jazz alla quale si ispirarono e ne fecero tesoro diverse generazioni successive.

Di Thelonious Monk è stato sempre detto che è stato un buon compositore ma un limitato strumentista.

La sua musica, inizialmente sottovalutata, sarà in seguito apprezzata da molti. Anche un noto e colto artista come Bill Evans ha considerato Monk un grande compositore.

Ciò che risalta nel suo modo di suonare è l’utilizzo delle dita tese e piatte, non arcuate come richiede la buona tecnica. Questo era determinante per il suono, il tocco duro e greve che ne usciva fuori. Forse lui preferiva le strane dissonanze proprio perché aveva difficoltà a suonare alcuni intervalli più ampi come le ottave a causa della posizione delle mani. La sua musica era colma di note sbagliate che lui considerava delle dissonanze, note accidentali e quindi “accettate”

Caratteristiche stilistico/esecutive principali del pianista:

· frequenti ripetizioni di scale per toni interi;

· uso delle quinte diminuite e delle terzine;

· utilizzo di ritardi ed anticipazioni e spostamenti di accenti;

· ampio uso di momenti di silenzio;

· suoni duri e aggressivi.

Nel suo stile Monk dà più enfasi alla mano sinistra, le sue frasi sono caratterizzate apparentemente da note sbagliate, fuori di mezzo tono e talvolta portate ad una tensione che viene poi lasciata irrisolta. Spesso suona due tasti vicini contemporaneamente ottenendo un effetto di dissonanza. Quando percuote i tasti (con le dita piatte come detto prima) in momenti in cui si sente particolarmente preso dal suono scuote la tastiera con energiche gomitate.

Quando suona i pezzi che non sono suoi li destruttura e poi li reinterpreta stravolgendoli completamente con continui cambi di accento, anticipi, ritardi, silenzi.

Spesso si sente parlare di Monk di “primitivismo” e “infantilismo” musicale. Sono definizioni che risultano riduttive in apparenza ma in realtà denotano come la sua musica sia qualcosa di originale, assomiglia infatti tipo alle cantilene dei bambini mentre giocano per il carattere semplice, ripetitivo e libero.

Il pianista aveva molte stranezze ormai note a tutti. Era appassionato dei copricapo, non usciva mai con la testa scoperta, anzi spesso dormiva con i cappelli. Amava isolarsi per giorni e giorni senza scambiare una sola parola. Durante i suoi concerti si muoveva con dei passi di danza “per controllare che il ritmo fosse giusto”, diceva. Dormiva e mangiava irregolarmente e poteva rimanere sveglio per due, tre giorni di seguito.

Tutte caratteristiche di “geniale” stranezza.

In un film di qualche anno fa (La Dea dell’amore, 1995) il tipico protagonista nevrotico impersonato da Woody Allen sciorinava alla moglie in dolce attesa una serie di nomi per il primogenito. Tra questi, con orrore della consorte, figurava lo strambo Thelonious, che agli spettatori profani non disse granché, ma strappò un sorriso agli appassionati di musica jazz. Il riferimento era a Thelonious Monk, straordinario pianista e compositore, celebre non solo come inventore del bebop, insieme a Charlie Parker e a Dizzy Gillespie, ma anche per le tante eccentricità. Dotato di uno «stile» particolare, spesso e volentieri si alzava dal pianoforte e ballava sul palco, oppure gironzolava per il locale e attaccava bottone. Con il tempo le stravaganze peggiorarono: venne buttato fuori dagli alberghi per avere dato in escandescenze e conobbe l'onta della prigione e del ricovero in ospedale psichiatrico.

L'INIZIO — Dopo un’infanzia di povertà, emigrato con la famiglia dal Sud degli Stati Uniti a New York, Monk sentì un immediato richiamo verso la musica nata dalla strada («il jazz risuonava ovunque») e fu favorito da un talento precoce. «Credo di non potergli insegnare niente — ammise il suo insegnante di musica -, presto ne saprà più di me». Con ostinazione, Monk cominciò a farsi un nome nel sottobosco musicale newyorchese, strimpellando ovunque. «Tu prova a dire un posto: io ci ho suonato» diceva. Già nelle prime esibizioni Monk si fece la fama di tipo stravagante, poi alimentata da un'aneddotica sterminata. A momenti di creatività febbrile (era capace di suonare per ore e ore), alternava crolli inesorabili durante i quali stava a letto per due giorni di fila. Euforia, depressione: non è facile districare la matassa di una vita disordinata e individuare i sintomi di quello che oggi possiamo quasi certamente classificare come disturbo bipolare. Se già allora erano pochi gli psichiatri che capivano la natura di quel male, figurarsi i profani. In più, come tanti jazzisti, Monk beveva troppo e, pur senza mai diventare eroinomane, faceva uso di stupefacenti. Le sue stranezze vennero in genere attribuite agli eccessi o rubricate sotto il facile binomio genio e sregolatezza. E all'ombra di questo stereotipo, cominciò la retorica intorno al suo mistero.

LUNATICO — Nel primo articolo su di lui, un giornalista ne sottolineò la letargia e scrisse: «Potrebbe benissimo essere la chiave per comprendere la sua personalità complessiva». Quest'aura, che vendeva bene, fu amplificata dal lavoro di un'addetta stampa che lo dipinse come lunatico, sonnambulo, bizzarro. Da quel momento Monk non si scollò più l'etichetta caricaturale di personaggio scontroso, con una vena di follia, che ne decretò forse una parte di successo ma che certo finì con il banalizzare la sua personalità. «È un personaggio da fumetto — scrisse un critico -. Buono per i supplementi domenicali dei quotidiani sull'esotismo del jazz». Nessuno sembrava neanche sospettare che Monk fosse malato. Ora una monumentale biografia appena uscita ricostruisce, insieme alla vicenda umana e musicale, l'iter medico e farmacologico dell'autore di classici come Round Midnight. Uno dei tanti episodi: un giorno, mentre guidava in pieno inverno, Monk slittò sul ghiaccio e andò a sbattere contro un'altra auto. Quando il guidatore gli chiese le generalità, lui rimase lì, a fissare il vuoto. La scena muta continuò anche quando arrivò la polizia, tanto che alla fine l'agente lo portò in un ospedale psichiatrico, dove venne trattenuto per tre settimane e dimesso senza una diagnosi.

DIAGNOSI — Ci sarebbero voluti vent'anni prima che i medici gli diagnosticassero una forma di bipolarismo. Come racconta il biografo: «La sindrome maniaco-depressiva include un'ampia gamma di disturbi dell'umore (…) Addormentarsi al pianoforte, fissare assorti lo sguardo nel vuoto, essere apparentemente incapaci di riconoscere le persone, sono tutti indici di ciclotimia, ossia di stato depressivo». Ma il problema non fu solo lo stile di vita sregolato abbinato a un disturbo ereditato dal padre (che morì, abbandonato, in un istituto psichiatrico), il dramma fu soprattutto la cura. Fin dall'inizio i medici gli somministrarono cloropromazina, un antipsicotico per la schizofrenia di cui gli ospedali statali facevano largo uso per la rapidità dell'effetto e la convenienza.

TERAPIA — Gli effetti collaterali erano molto pesanti: vertigini, sonnolenza, rigidità muscolare. Proprio per questo lo psichiatra che l'ebbe in cura, il dottor Robert Freymann, accompagnò la terapia con «dosi di vitamina» per endovena che ne bilanciassero l'effetto sedativo. Nessuno dei pazienti sapeva che il ciarlatano tagliava le vitamine con le amfetamine, alimentando la dipendenza dagli stupefacenti. Non si può sapere quale sia stato l'effetto di questa combinazione sulla malattia di Monk, che intanto dopo i «non-anni» di insuccesso, come li chiamava, era finito sulla copertina di Time. Certo, l'estenuazione dovuta ai tanti concerti e agli eccessi esasperarono la situazione. Le crisi divennero più frequenti. Era diventato il «Gran sacerdote del jazz», un po' guru e un po' santone: imprevedibile, sfuggente, strambo, dimenticate invece la sua dolcezza, la generosità, l'umorismo. Quando Monk smise di andare dal dottor Freymann e cominciò una dieta a base di succhi naturali, era tardi. Gli venne diagnosticato uno squilibrio biochimico e cominciò una vana caccia al medico giusto. Non poteva venire lasciato solo, fu sottoposto a elettroshock e gli diagnosticarono una schizofrenia, aumentando il dosaggio di cloropromazina.

LA FINE — Ma qualche volta Monk, con la sua malattia, ci giocava. In Australia un fan cercò di scambiare qualche parola e, davanti alla sua indifferenza, sbottò: «Dica qualcosa, per favore!». Monk, serafico: «Qualcosa». Nel 1972, durante l'ennesimo ricovero, gli venne somministrato il litio, un farmaco che rischia di generare tremore alle mani, apatia e passività. Qualche concerto, sempre più rado, con un continuo viavai dall’ospedale per correggere le ricette, fino al silenzio. Visse gli ultimi anni chiuso in camera, a guardare la televisione in giacca e cravatta, senza quasi toccare il piano. Era stanco e, sebbene gli attacchi si fossero diradati, soffriva di incontinenza. Nel 1982 un ictus se lo portò via, o forse fu lui ad andarsene. Questione di punti di vista. In fondo, una volta, durante un concerto nel suo locale preferito, il Five Spot, se n'era andato tra un atto e l'altro ed era stato ripescato nei dintorni immobile a fissare la luna. «Ti sei perso?» gli fece il proprietario. «No — rispose Monk -. È il Five Spot che s'è perso».

In trio con Giambattista Gioia alla tromba e flicorno Vincenzo Lucarelli al Piano Nicola Borrelli al Contrabbasso
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